#lavitadelgiorno- Scegliere tutto

Mi è tornata fame. Il giorno esatto in cui ho compiuto quarantacinque anni, mi è tornata fame. Come accendere un interruttore e vedere la luce. Voglio vedere tutti i film che non ho visto in questi anni. Voglio partire e andare dove non sono mai stata. Voglio leggere, mi mancano un sacco di libri da leggere. Voglio poter scegliere di non scegliere niente e avere tutto. Voglio le mani piene di risate e di peccati ridicoli da raccontarmi a bassa voce e ridere ancora, come una matta. Voglio fermarmi in mezzo a una piazza a Milano, senza una ragione, magari per sentire un profumo o vedere come cade una foglia da un albero. Non ho studiato abbastanza: voglio fare anche quello. Non ho più voglia di strategie, di fare finta di aver capito come si vive, perchè non è vero. La verità è che non l’ho proprio capito. Devono esserci delle regole che mi sfuggono, o magari non sono stata attenta, non ho ascoltato chissà. Ogni tanto voglio mangiare da sola, un boccone alla volta, lentamente, senza pensare a niente. Scendere di corsa delle scale. Tornare su un’altalena. Disegnare delle stelle, ma fatte bene, su un quaderno, intanto che come ogni anno conto di quanti minuti si allungano i giorni. Passare in mezzo a un campo di grano e avere la sensazione di sentirlo crescere, anche sotto il ghiaccio. Voglio passare le mani nell’acqua di un fiume o di un mare, sentendoci tutte le storie di tutti quelli che ci sono passati e il suo respiro. Voglio avere mille anni e la speranza inutile di vivere abbastanza da diventare saggia. Guidare ancora una macchina verso le colline. Stare seduta su una panchina il primo giorno d’estate. Voglio ricordarmi che, alla fine, non riesco a non credere in un qualche lieto fine, in una scappatoia, una grazia, un piano b chi lo sa. Voglio camminare fino a che diventa chiaro dove andare, o magari, meglio, no. Non lo voglio sapere, dove andare.

#lavitadelgiorno- Certi pomeriggi di settembre

002

Certi pomeriggi di settembre sono dedicati ai reduci. Da cosa non si sa. Ma ognuno ha la propria guerra e le proprie cicatrici. A volte ci si incontra e da uno sguardo ci si riconosce e ricompone. A volte bisogna parlare e trovare un punto in comune. Che a sua volta racconta la storia meglio di quanto lo facciano le parole. Certi pomeriggi di settembre l’aria è talmente tersa da far pensare che sarà presto estate e che l’inverno sta finendo. Ma non è così. Ci si ritrova a scuotere la testa, quasi increduli. Ma lo sappiamo già, che tutto questo sole è un ultimo incanto. Gli stormi cominciano a raccogliersi e a formare frecce e disegni in quel cielo azzurro che ci ha ingannato. Questi pomeriggi sono tesori di sole e ombra persa dietro delle tende che si muovono al vento. Sono un bicchiere colmo di acqua fresca e di limone spremuto. Sono aspettative e la paura di aspettare ancora. Sono intervalli fra un round e un altro, si sistemano le bende intorno alle nocche e se siamo fortunati, qualcuno ci asciuga il sudore dalla fronte, con un asciugamano o una carezza. Se non lo siamo, ci tocca spostare i capelli dagli occhi e dalla fronte da soli, e rendere di nuovo limpido lo sguardo, fino al prossimo colpo. Questi pomeriggi sono statue in un museo, li si guarda incantati e per un momento, ecco, avremmo voluto essere pittori o scrittori, o scultori, per provare a creare davvero questa bellezza. Per esserne partecipi oltre che spettatori. Colpiamo per caso un sasso con la punta di una scarpa e dopo un secondo siamo dei calciatori, o degli astronauti forse, e stiamo sorridendo ancora. Questi pomeriggi di settembre, alla fine, sono solo pomeriggi. Ne arriveranno altri, eccome, e non saranno meglio o peggio. Saranno solo diversi. Ci sembrerà cambiata la luce ma sarà cambiata solo la nostra. Accesi o spenti, tocca a noi. Come tirare una moneta e, mentre la aspettiamo tornare per appoggiarsi sul dorso della nostra mano, sapere in quell’attimo sospeso e meraviglioso, cosa è che vogliamo davvero.

#lavitadelgiorno- Cap. 3

Non posso fare altro che continuare a camminare. Proseguire su una strada che cambia ogni minuto, ogni secondo, che mi affatica a volte, a volte mi spinge a fare altri passi. Non posso fare altro. La scusa è che mi fa bene. Ho trattato con poca perizia gli anni fino a qui, ecco la legge del contrappasso che mi riempie il corpo di acciacchi e la testa di pensieri. Ma i pensieri si perdono nella ragnatela di sentieri, mentre compongo una giornata passo dopo passo. Ascolto musica che non so definire, mentre mi sforzo di respirare, di aprire il diaframma, di sentire lo stomaco il cuore la pancia, tutti i muscoli. Ogni preoccupazione improvvisa è la puntura di una vespa, il passaggio di un vento freddo sul collo. Ma, tocca continuare. Tocca rendersi conto che ogni lamentela è inutile, tocca sentire il respiro farsi più profondo, e lasciar sorgere da non so dove una leggerezza, come se la speranza restaurasse qua e là cose rotte e in qualche, commovente, modo, tutto tornasse a posto. Tocca alzare gli occhi al sole, e sorridere, passare le mani fra l’erba ancora alta, prima che venga tagliata. Tocca ascoltare crescere il grano. Tocca pensare di non aver avuto pensieri per qualche minuto, un miracolo forse o il passaggio di una carezza di qualcuno lontano ma sempre vicino. Tocca lasciare andare molto più di quanto si vorrebbe e ancora troppo poco di quanto si dovrebbe. Tocca, la vita del giorno è questa, continuare.

#lavitadelgiorno- Cap. 2

Mi sono ricordata oggi delle promesse da mantenere. Ho promesso molte cose, di non andare, di non tornare, di fare o non fare. Di mettere la testa a posto, di mettermi a dieta, di prendere l’ombrello quando pioveva. Di tutte le importanti, una che oggi nel sole mi è ricomparsa davanti luminosa è: non avere paura. Affrontare tutto. Guardare negli occhi le cose. Ascoltare il rumore della vita che riprende. E della vita che finisce per poi ricominciare. Quello di passi su dei ciottoli in una città ancora da visitare. Quello della gocce di pioggia all’inizio dell’autunno o appena cominciata l’estate. Il rumore di un ricordo o di un amore. Il bel suono di un abbraccio, la riconferma di essere tutti interi. Il profumo del pane da una bottega aperta su una chiesa e sulle vacanze di Pasqua. Quello di ferro di un treno. L’odore del sale che riempie il mare, dentro una risata e degli schizzi d’acqua. Il profumo della carta su una panchina al sole. L’odore acre di urina, di riso scotto e di anni e anni dentro i corridoi di un ospedale. L’odore della paura e del sangue. Il sapore delle matite colorate e della pizza. Quello dello sciroppo per la tosse. Il sapore del sonno dopo una giornata in cui i conti sembrano quasi pareggiati e nessuno può schernirci o almeno non sentiamo le risa. La vita del giorno è: mantenere fede alle promesse.

#lavitadelgiorno – Cap. 1

Non è facile tornare a scrivere, quando avevi promesso di farlo solo quando ci fosse stato qualcosa di sensato da dire. Non sono mica convinta che ci sia, oggi. Però ci provo. La vita del giorno è rinascere, rieditarsi, riemergere da un fiume ancora bagnati ma risoluti. Ieri presa dai dolori di un calcolo, oggi affamata. Ieri a mangiare acqua, oggi mezzo dolce. Per fortuna mio padre l’ha diviso con me. Certo qualcuno se ne avrà a male, e mi rinfaccerà, giustamente, che non ho cura di me e rispetto per chi di me si preoccupa. E’ vero. Lo dico senza arrendermi, se non a me stessa e al fatto che non riesco a cambiare. E’ vero. E’ vero. Non sono mai stata capace di capire quale era il limite. Ho sempre colpito la pallina da tennis troppo forte quando invece dovevo essere precisa. Mi sono vestita leggera quando di sera c’era aria, e troppo quando la stagione era ormai cambiata e faceva caldo. Non mi sono mai risparmiata alle prima lezione di qualsiasi cosa, così da stare, sempre, male per un motivo o per un altro. Prima di imparare. Fino al prossimo errore. Ho contato fino a dieci, venti, cento, per poi partire lancia in resta perchè io e i calcoli, che siano alla cistifellea o su un foglio di carta, proprio non andiamo d’accordo. Non ho imparato niente, ma proprio niente, dagli errori, dalle ginocchia sbucciate, dalle notti insonni, dalle frenate brusche. Perchè mi rimane, lo devo ammettere, quella speranza di farcela ad arrivare a casa con il serbatoio quasi vuoto, quella illusione che i fumi ormai della benzina ancora, volendo, mi porterebbero persino al mare. Mi rimane la rincorsa al colpo di teatro che faccia ricomparire il coniglio dal cappello e fermi il tempo. Perciò, non vogliatemene, la vita del giorno è: rinascere.

#365vitedavivere- Credere. E basta. Perchè a volte basta credere.

Et alors, credo. Anche io, credo nel potere di un tavolo bianco con dei rami di bambù. Credo nelle risate, credo nell’educazione e nella forma. Credo nel caffè, soprattutto ormai in quello americano, e c’è chi sa perchè e sorride. Credo nelle idee, in quella bella nuvola che prende più persone intorno ad un tavolo bianco e a dei rami di bambù, e che trasforma loro gli occhi, scompiglia i capelli e cala gli anni. Così che alla fine un gruppo di signore diventa un gruppo di signore di quattro anni con le tazzine delle bambole e molto avvenire davanti. Credo nelle carezze a distanza, se sono tanti i chilometri è meglio. Credo nella gentilezza e nella fermezza, credo nella testardaggine. Credo nella coscienza e nella consapevolezza, e nella follia. Credo in un tono di voce che si adegua ad un altro e a tante giornate simili che si assommano e diventano un pezzo di strada sullo stesso marciapiede. Credo in una battuta di spirito inattesa, scoppiettante, che rivela un mondo trasparente dentro una grotta nera. Credo nei sospiri, oh sì, e nelle rese. Credo nella paura, e nelle armi che la vincono millimetro dopo millimetro. Credo nell’inevitabilità di avere paura di morire, e nella piena scelta di vivere. Credo nei cuscini morbidi, nelle fusa di un gatto, in un tazza di latte di soia e in un panino al salame. Credo nei miracoli, programmati, regalati, attesi. Credo nei segni e nei sogni. E nelle mani e nei piedi e nel cuore e nelle viscere. Credo in una giusta perfidia e nel rispetto di sè oltre che degli altri. Credo nelle sfide e negli abbandoni. E nelle musiche nei libri nei film nelle poesie complicate e inavvicinabili. E negli abiti colorati. Credo che a volte basti credere, sì sì.

#365vitedavivere-Ricominciare, ma convinti.

Ricominciare, ma convinti. Arrivati al limite, mentre tutto sembra franare, trovare dei muscoli che si ignorava di avere, e dare quel colpo di reni, bellissimo, che ci rimette in piedi. Scampare a sentimenti ostili e poveri, con la forza assordante di una risata. Dare per assodato che si sarà sempre del tutto soli, pur amando ed essendo amati, non per scelta o per perfidia ma per sorte e nascita. Cancellare romaticismi e gesti eroici fuori tempo per andare al sodo. Vedere chiunque per quello che è, e apprezzare la verità e lo scempio e la bellezza. Non aspettarsi più niente. Che è già avere qualcosa: tempo e spirito e coscienza. Non credere alle parole e nemmeno ai gesti, per potersi far soprendere forse un giorno. Ma anche per sapere che avevamo ragione, e che abbiamo comunque vinto. Separarsi da tutto e tutti, senza lacrime ma con quieta fermezza. Camminare ancora diritti. Non soffermarsi oltre sui legami, sui paragoni, sugli abbracci. Centellinare. Spendere tempo a perderne. Guardarsi allo specchio incantati da tanta forza e dalle rughe. Respirare come se fosse la prima volta. Non stupirsi mai più. Rivendicare il proprio regno contro se stessi. Sapere di non avere confini. Portare un ombrello contro la pioggia, e non usarlo. Non essere democratici. Chiudere le finestre, cambiare strada, spalancare le porte. Svegliarsi e non ricordare più i sogni. Non farsi illusioni. Armarsi. Essere umili ma determinati. Sorridere delle paure. Ricominciare a vivere. Ma convinti.